La pecora ha in Sardegna una colta e vasta letteratura. Autori classici hanno lasciato numerosi documenti. I Sardi hanno diversi nomi per indicare la pecora: arveghe, berbeche, birveghe, biveghe, berbeghe. Nomi apparentemente ben lontani dal latino pecus ovillium , invece traggono proprio origine da quella lingua: vervex, vervecinus, verveceus, berbex. Data la sua grande importanza economica in una società agropastorale, non poteva non avere classificazioni così precise anche dal punto di vista linguistico. Dagli allevamenti sardi partivano numerose bestie per rifornire i macelli romani. I sardi convivevano con la pecora fin dai tempi più antichi considerandola animale sacro per i preziosi frutti che forniva quotidianamente. La pecora, prima di essere addomesticata, pare venisse consumata, dai primi cacciatori preistorici, cotta in una specie di forno sotterraneo e chiamato in sardo “cotta a carrardzu”. E’ ancora possibile avere quel tipo di cottura se si conosce qualche abile pastore altrimenti è meglio non improvvisarci proto-sardi. Si procedeva in questo modo: in terra si scavava una buca che contenesse la bestia. Si puliva per bene e vi si stendeva un letto di pietre e poi rami e foglie di piante aromatiche quali: mirto, alloro, lentisco, timo, rosmarino, olivastro. Vi si poneva sopra l’animale intero, sventrato ma con la pelle. Si ricopriva con altre frasche aromatiche e poi con un sottile strato di terra. Si accendeva sopra un grande fuoco che veniva alimentato per ore. Alla fine la bestia era pronta per essere consumata.

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